nel nome della letteratura


questo appello, pubblicato in rete dall’ottimo Tiziano Scarpa – – scrittore che mi è molto simpatico… (io sono un vero
fan della scuraglia) – e sottoscritta da molti – anche da alcuni di cui sono amico, ho stima, persino affetto sincero – sulle ottime riviste il primo amore e Nazione Indiana(vedi in fondo) mi lascia perplesso per la sua leggerezza, la sua cieca “obiettività”, il suo freddo senso della “democrazia”.

Nel nome di quale idea della letteratura si parla? Penso subito ad un’idea della letteratura astratta, inconsapevolmente (…?) e colpevolmente funzionale ai sistemi di riproduzione e tutela del controllo sociale.
Al potere, da sempre, serve un’arte inoffensiva che fornisca un’idea del mondo pacificante e pacificata e magari metta anche in discussione i meccanismi, sì… ma solo in maniera prudentemente astratta ed in condizioni di apparente uguaglianza del diritto di parola.
Da sempre i sistemi delegano agli artisti il compito di rappresentare libertà fittizia in sistemi sociali basati sul privilegio, in cui la libertà è inesistente o estremamente sacrificata. Da sempre agli artisti viene affidato il compito di rappresentare ‘liberamente’ le frustrazioni e gli orrori di sistemi malati, inumani, oppressivi. Gli artisti assolvono il compito di alleggerire la cattiva coscienza del potere rappresentando in maniera innocua le sue malattie più orribili e, per questo, venendone ricompensati con l’accredito a corte, alla parola, ai media, al privilegio…
Niente di male… stiamo lavorando… dobbiamo campare… abbiamo famiglia… ma che almeno qualche volta questa parola si ritorca contro… che almeno si sfruttino gli spazi di visibilità per sforzarsi di avere una visione critica!

Cari scrittori, vedete, io da sempre sono convinto (e per questo eticamente indistruttibile) che il privilegio della parola pubblica possa essere delegato soltanto da un popolo, una gente, un gruppo: quello nel cui nome si è autorizzati a parlare. E che questo popolo stesso ti tolga la delega nel momento in cui non lo rappresenti più, nel momento in cui non viene assolto il debito. Sono convinto (ed ho anche pubblicato un libro al riguardo), che quando un artista calpesta in pubblico un metro quadro di mondo e si espone alla visibilità, svolga il dovere di parlare in nome di qualcuno che l’ha incaricato. Ogni artista, nell’atto creativo ed in ogni suo gesto pubblico, non porta soltanto un’opera, ma, anche solo temporaneamente, aggrega un popolo che lo ascolta, compra i suoi libri o va a vederlo in teatro e nei luoghi dell’arte.
Qui, in questi luoghi, ognuno sceglie la propria committenza e ne porta la voce trasformata dalla propria arte in opera, in sublime, in necessario, in fantastico, in bello, in terribile…
L’arte è dunque per me è solo lo strumento tecnico di cui ci si è dotati per rendere credibile socialmente la propria presenza – sperabilmente etica.
E dato che la mia presenza è spesso dannatamente dissidente, divergente, mi servo dell’arte per raffinare e mantenere la mia credibilità pubblica, per non essere punibile nella mia pratica di testimonianza e quindi continuare a percorrerla.
Per quanto mi riguarda (ma a questo nessuno è obbligato) il compito è di trasportare la voce di chi non ha voce.
Per farlo bisogna però ‘transvivere’ oltre le proprie miserie personali, diventare esemplare, trasformare il proprio Ego-Centrico in Ego-Topico, calpestando con tale intensità quel metro quadro di mondo da scavare un solco visibile, oltre sé stessi, riscattando i propri limiti personali e quelli della società che ti vorrebbe invece ‘funzionale’.
Poi si rientra tranquillamente nella propria miseria quotidiana, della quale non si deve rendere conto a nessuno oltre sé stessi.

In questo senso la vostra firma è troppo leggera ed innesca un meccanismo perverso il cui risultato è: “Vedete… qui siamo liberi di parlare e di lasciar parlare…”
Niente di più falso e strumentale al potere. Niente di più acquiescente…
In nome di quale popolo state parlando?
Quando ci si astrae pronunciandosi in nome di una solo apparente libertà, si perde il senso profondo delle cose. Io credo solo nella libertà applicata, nell’etica concreta dei comportamenti quotidiani privati e pubblici.
Quanti di voi, che avete sottoscritto l’appello, hanno rapporti con quegli scrittori dissidenti e pacifisti di Israele che, anch’essi totalmente israeliani, boicottano il sistema aggressivo e colonizzatore e vengono per questo messi a tacere? Quanti di voi sostengono quegli scrittori israeliani che disperatamente si oppongono? Ho l’idea che non vi siate nemmeno posti il problema.
Ecco perché sostengo che questa firma sia troppo comoda, distratta, inconsapevole ed incosciente. Perché sostiene un governo, non una cultura. Un potere, non un popolo. Un brutto potere…. un brutto governo… colonialista e sanguinario… che violenta ogni cultura. Anche la propria.
Israele, come ogni sistema, si serve evidentemente dei suoi scrittori e dei suoi artisti per poter avallare un’idea orribilmente falsa di stato democratico, di pensiero e respiro dell’arte e dell’espressione.
Anch’io firmo e firmerò sempre per la libertà e la pace, per i diritti alla terra ed alla vita, alla cultura, ma di tutti… non di uno contro gli altri. E non di un potere.

Così immagino che questa firma sia stata posta da voi, scrittori, quasi come un ‘dovere’ da assolvere velocemente, distrattamente perfino, senza guardare troppo a ciò che Israele compie rispetto al popolo palestinese. Sono convinto che nessuno di voi in questi giorni si sia posto il problema di agire “con altrettanta forza e consapevolezza” rispetto al dramma di Gaza, dove si continua a sterminare, dove qualcuno subisce un’oppressione di tale portata che, senza dubbi, oggi può essere indicata col termine di genocidio.

leggete la lettera del caro Aharon Shabtai, poeta di grande qualità e profondità, che riporto nel post precedente a questo, e pensateci sopra un momento

La vostra è una firma ciecamente ‘coraggiosa’, che manca totalmente di coraggio e di sguardo.
E’ una firma superficiale che ci trascina in basso, che colpisce la dignità di due popoli: quello palestinese e quello israeliano insieme.
E’ una firma POLITICA, ma non ETICA, che conforta l’arroganza di un sistema basato sull’oppressione e sul potere economico, un sistema sostenuto da questa Europa ipocrita ed altrettanto arrogante.

E’ l’occidente, amici… il comodo e confortevole occidente…
e chi non ci sta, scenda dal carro.

Non abbiatevene a male… ancora una volta sto solo cercando di pensare.
E, come sempre, mi conduce un istinto d’amore.
Infatti pubblico il vostro appello e invito chi lo condivide ad aderire…
chi non lo condivide ad opporsi…
e tutti voi a ripensarci (e quello sì, sarebbe un gesto di vero coraggio)

Con immutato affetto
Alberto Masala

Nel nome della letteratura


Israele ospite della Fiera del Libro di Torino 2008

Con questa firma esprimiamo una solidarietà senza riserve nei confronti degli organizzatori della Fiera del libro di Torino, nel momento in cui questo evento di prima grandezza della vita letteraria nazionale viene attaccato per aver scelto Israele come paese ospite dell’edizione 2008.
L’appello a cui aderiamo s’intende apartitico, e politico solo nell’accezione più alta e radicale del termine. Non intende affatto definire uno schieramento, se non alla luce di poche idee semplici e profondamente vissute.
In particolare, l’idea che le opinioni critiche, che chiunque fra noi è libero di avere nei confronti di aspetti specifici della politica dell’attuale amministrazione israeliana, possono tranquillamente, diremmo perfino banalmente!, coesistere con il più grande affetto e riconoscimento per la cultura ebraica e le sue manifestazioni letterarie dentro e fuori Israele. Queste manifestazioni sono da sempre così strettamente intrecciate con la cultura occidentale nel suo insieme, rappresentano una voce talmente indistinguibile da quella di tutti noi, che qualsiasi aggressione nei loro confronti va considerata un atto di cieco e ottuso autolesionismo.

Raul Montanari

prime adesioni:

Alessandra Appiano, Alessandra C., Gabriella Alù, Cosimo Argentina, Sergio Baratto, Paola Barbato, Antonella Beccaria, Silvio Bernelli, Gianfranco Bettin, Daria Bignardi, Gianni Biondillo, Riccardo Bonacina, Elisabetta Bucciarelli, Gianni Canova, Fabrizio Centofanti, Benedetta Centovalli, Piero Colaprico, Giovanna Cosenza, Sandrone Dazieri, Francesco De Girolamo, Girolamo De Michele, Donatella Diamanti, Paolo Di Stefano, Luca Doninelli, Marcello Fois, Francesco Forlani, Gabriella Fuschini, Giuseppe Genna,Michael Gregorio (Daniela De Gregorio, Mike Jacob), Helena Janeczek, Franz Krauspenhaar, Nicola Lagioia, Loredana Lipperini, Valter Malosti, Antonio Mancinelli, Valentina Maran, Federico Mello, Antonio Moresco , Gianfranco Nerozzi, Chiara Palazzolo, Gery Palazzotto, Paolo Pantani, Leonardo Pelo, Guglielmo Pispisa, Laura Pugno, Andrea Raos, Roberto Moroni, Mariano Sabatini, Rosellina Salemi, Flavio Santi,Tiziano Scarpa, Beppe Sebaste, Gian Paolo Serino, Luca Sofri, Monica Tavernini, Annamaria Testa, Maria Luisa Venuta, Andrea Vitali, Vittorio Zambardino, Zelda Zeta (Pepa Cerutti, Chiara Mazzotta, Antonio Spinaci)

 

>Sulle nostre comode sedie, nelle nostre poltrone, nei nostri letti, in un qualunque sicuro e protettivo giaciglio d’occidente, io esprimo solidarietà in nome della cultura, della libertà, della democrazia e dell’asettica retorica che le racchiude in un fantasmagorico tuttuno. Una solidarietà, sì, senza riserve, purché le vere “riserve” restino altrove, lontane dai miei quotidiani unilaterali…
Condivido quel che hai scritto, caro Alberto. In toto.

>Condivido e ribadisco sul mio spazio web, l’ipocrisia dell’equidistanza non mi appartiene, nemmeno Dio è imparziale (ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote…)

>Caro Alberto,
Noi viviamo nella Storia, che ha l’obbligo di riportarci a un indirizzo trasfuso all’idea medesima di letteratura; alle testimonianze di popolazioni vessate e perseguitate, dall’incubo del passato alla sempiterna crudezza della Storia contemporanea. Sì, urge parlare: e infondere possibilità di espressione ai nominati senza nome, le creature assenti. Onorare la solidarietà tra popoli ed etnie minoritarie, un preciso adempimento nella vastità della materia umana di ordine nullo.
La Palestina rappresenta quest’ordine nullo. Non ha una terra, geograficamente è inesistente. Eppure è lì. Noi tutti lo sappiamo; lo sa l’Europa; lo sa l’ONU.
La Palestina è divenuta l’estetica del reale, “la repulsa della Colpa”, il dolore innocente. Il governo israeliano, lo stato di Israele il cui diritto di esistere gli è stato conferito 60 anni fa, dopo l’orrendo Olocausto, sta compiendo pogrom sui fratelli musulmani, una politica espansionistica di cui siamo a conoscenza. Ma è il popolo israeliano, soprattutto gli scrittori di questo paese, che non possono eludere quella “repulsa della Colpa” che ben conoscono, poiché l’hanno vissuta in termini generazionali e, credo, siano destinati a conviverci per sempre. I vari Oz, Grossman se la portano dentro come un debito inestinguibile.
Ma sono scrittori, non servitori dello Stato. Perché non accettarli alla Fiera? E perché, con atto umile, non garantiscono loro stessi di esserci solo in presenza di poeti palestinesi e intellettuali dissidenti israeliani?
Perché, Signor Raul Montanari, non si prodiga affinché ciò avvenga?
Penso che esista un desiderio di affratellamento che non diventi materia posticcia, o mortifichi l’uomo rendendolo sempre più prossimo ad una concimazione della solitudine.
Io resto dilaniata, dolente, divisa a chi mi chiede di aderire o non aderire ad un appello definito più volte “infelice” per la sua cruda esposizione.
E le vostre convinzioni, cari amici tutti, così certe e inderogabili, mi spaventano anch’esse: mancano di dubbi. Troppe scontate certezze, mancanti di alternative.
Potreste rispondermi: “Tu tieniti i tuoi dubbi, e lascia a noi le nostre certezze”.
Non fa una piega. Ne prenderei atto. Ma è una visione che ci vuole passivi, in fase d’un ritorno forzato, quando manca l’andare…
Mi rivolgo a tutti voi, scrittori italiani – di cui elitariamente faccio parte – ai non scrittori, e soprattutto a Lei, Raul Montanari, ai firmatari e non dell’appello: troviamo un’altra soluzione. Proprio per quelle creature disabitate, uccise, avvilite nelle stazioni d’un deserto animale.
Portiamo anche i poeti palestinesi a Torino.

Nina Maroccolo

>Cara Nina,
su ogni idea di affratellamento mi trovi immediatamente con te.
Ma sto imparando. A mie spese. Poca cosa in confronto a quelle che interi popoli debbono sopportare. Ciò di cui ho sempre avuto paura è l’idea avulsa di un’arte dell’Empireo del pensiero e dei sentimenti. Di una Storia sempre e da sempre scritta dai vincitori in un luogo astratto in cui è comodo stare.
Gli scrittori Israeliani, i vari Oz, Grossman, sono travolti da un potere che li utilizza? Quanto ne sono complici? Quanto si sono dovuti tappare il naso?

Io non ho smesso di leggere Borges pur sapendo che mangiava alla tavola dei generali assassini… non ho smesso di leggere Ezra Pound, pur sapendo che il suo enorme genio era continuamente minato da una rigida imbecillità para-fascista.
Ma dai loro comportamenti traggo alcune deduzioni.

E poi, sai che ti dico? Ho visto tanti scomparire nel nulla della Storia con il loro genio e la loro bellezza…. chi restava erano loro, quelli che sedevano alla tavola degli assassini…. perdonati da una storia scritta dagli stessi assassini…
Che, al massimo, faranno chiedere un facile perdono dai loro pronipoti… come fa il Papa… che non paga mai il conto delle efferatezze.

Non ho certezze imprescindibili, ma non mi distacco mai dal guardare.
Non aderisco all’appello.
Non aderisco all’anti-appello.
Ma non mi astengo… e la porcata c’è… questione di danaro e potere…

Portiamo anche i dissidenti israeliani a Torino.
Portiamo anche i poeti palestinesi a Torino.

——
una nota:

provo a fare mente locale:
l’invitato annunciato è l’Egitto (gli organizzatori sostengono che è il Cile, ma ho scovato un documento degli organizzatori stessi che prova il contrario… dunque già mentono…)
parte un appello ‘democratico’
questo appello per me è superficialmente banale… si comporta come se tutto fosse felice e tranquillo proprio in questi giorni che gli israeliani stanno togliendo la luce e l’acqua a Gaza. Per non dire dei morti che hanno fatto… vabbé…
l’appello non è firmabile
anche perché non solo non accenna alla Palestina, ma neanche ascolta i dissidenti israeliani – scrittori e poeti di grandissimo spessore!

mai mi verrebbe in mente di boicottare Neruda perché è cileno…
o Almodovar perché è nato sotto il regime di Franco…
o uno scrittore ebreo perché è ebreo…
insomma… siamo seri… ovviamente so distinguere…

ma distinguendo distinguendo, vedo anche tutta la sporcizia che c’è dietro quest’operazione
e mi dico: questi scrittori che vanno al salone sono ‘canes de isterzu’ (in sardo) o ‘cani del Sinai’ (in arabo), che vuol dire la stessa cosa: cani che mangiano anche con i maiali pur di compiacere al padrone e guadagnarci…

dunque il mio disprezzo si focalizza precisamente su di loro… ma penso che non meritino nemmeno un giudizio politico… canes de isterzu… cosa di poco conto…
il mio giudizio politico invece va sul governo israeliano, che sta violentando anche la propria cultura, oltre che quella palestinese

last, but not least… gli organizzatori del salone…
loro sì che sono vili e fetenti…
chissà cosa ha pagato Israele (quello che governa intendo…) per comprarsi la celebrazione…

a questo si aggiunge anche la ‘fermezza’ dell’occidente degli scrittori che impugnano la bandiera della libertà di espressione…

non ho parole…

è finita! non vedo vie di uscita
ed a Gaza si continua a morire

ma qui non si tratta di opporsi agli scrittori israeliani!
cavolo: ero a San Francisco insieme ad Aharon Shabtai a contendermi con lui l’internet point dell’albergo per 10 giorni, a parlare del suo nuovo amore e del mio bimbo che doveva nascere, a scroccare allegramente colazioni ai congressi degli altri, ecc…!
Jack Hirschman è il mio più caro amico d’oltreoceano ed è anche quello che traduce i miei libri negli USA!
Jack Arbib non passa in Italia senza venire a trovarmi e vorrebbe tradurmi, ma in due lingue: israeliano e palestinese!
Dany Mitzman ha corretto le bozze della traduzione del mio Kerouac!
tutti ebrei, tutti fortemente ebrei… e potrei continuare…
L’unico stronzo che ho incontrato è stato Nathan Zach, in Francia, che mi ha fatto alzare all’alba per il suo aereo (il mio partiva tre ore dopo) e non mi ha detto nemmeno buongiorno, né grazie quando alle cinque del mattino gli ho offerto un cabaret di croissants caldi appena sfornati, ed ha viaggiato tutto il tempo col finestrino aperto fottendosene delle ragazze sedute dietro (un freddo becco) perché lui è claustrofobico! Ebreo, sì, ma immensamente stronzo e presuntuoso… Ma non è stronzo perché ebreo, è stronzo e basta.

e scommettiamo che fra i poeti israeliani l’invitato a Torino sarà proprio lui?
E indovinate perché?

allora, finiamola per favore…
io sono contrario al boicottaggio degli ebrei.

SONO INVECE PROFONDAMENTE FAVOREVOLE AL BOICOTTAGGIO DEL SALONE DEL LIBRO E DI TUTTI I SALONI DI MERDA CHE NON FANNO CULTURA… SOLO MERCATO… business… e pure sporco

e boicotto pure questa idea soffocante di occidente che ci sta uccidendo tutti

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